Ristoranti aperti alle 21, in tutta Italia: il flashmob delle tavole vietate

Ristoranti aperti alle 21, in tutta Italia: il flashmob delle tavole vietate

Metti una sera a cena al ristorante. Finalmente. I tavoli sono ben apparecchiati, le insegne luminose accese.

Peccato sia soltanto un flashmob, una forma di protesta che alle 21 di martedì 28 aprile ha coinvolto migliaia di ristoratori in tutta Italia. Per dire no al decreto con cui il Governo ha rinviato — nella tanto attesa Fase 2 dell’emergenza pandemia — al 1° giugno la riapertura dei loro locali, come dei bar. Una protesta sentita e aspra nei toni dei messaggi che da 48 ore si susseguono nelle pagine dei social network e sui blog di settore: i professionisti dell’Horeca (Hotellerie Restaurant Café) sono sul piede di guerra: in tanti hanno alzato le saracinesche e acceso le luci, molti hanno anche apparecchiato le tavole. E mercoledì 29 procederanno all’atto simbolico della consegna delle chiavi dei loro esercizi ai sindaci delle rispettive città. Al momento si calcola potrebbero andare in fumo gran parte degli 86 miliardi di fatturato annuo e che siano a rischio i redditi di 830 mila dipendenti e 300 mila titolari.

Martedì 28 la protesta dei gestori di bar e ristoranti dopo l’annuncio che l’attesa riapertura (si sperava dal 18 maggio) non ci sarà fino al 1° giugno. Locali aperti, insegne accese. Il 29 simbolica riconsegna delle chiavi ai sindaci

Sui social, con l’hashtag #RisorgiamoItalia, il dibattito continua. Infuocato: «Il nostro sindaco ha già detto che non riceverà le chiavi — scrive Filippo sulla pagina Ho.Re.Ca Unita — in quanto anticostituzionale. E per evitare assembramenti». «Le chiavi possono essere raccolte uno per volta e da un unico rappresentante che poi le consegna tutte da solo... — replica Procione —. Anticostituzionale è ciò che sta avvenendo ora: il lockdown, l’obbligo di autocertificazioni e la costrizione nelle abitazioni...». Di città in città si formano catene di ristoratori, tutti intenzionati a portare chiavi e lucchetti in Municipio: «A Torino chi è il referente?», chiede un oste piemontese. «E a Roma?», gli fa eco Selvaggia. Dalle Alpi alla Sicilia martedì sera è andata in scena la cena fantasma. A Venezia piazza San Marco si è di nuovo illuminata grazie alle luci dei ristoranti: il sindaco Brugnaro ha incontrato un gruppo di operatori del turismo: «Siamo convinti che il governo non abbia capito assolutamente cos’è la filiera turistica — ha detto —. Non è soltanto i ristoranti e gli alberghi, sono anche le guide, i commessi dei negozi, i tassisti. Tutte queste persone non sono al lavoro. Chiedono un intervento specifico per la filiera turistica e per le amministrazioni comunali». Nella sola Toscana hanno aderito 6 mila esercenti. Da Aosta a Campobasso, dove si sono mobilitati in 60 tra ristoratori e baristi. Ha aderito anche lo chef stellato Gianfranco Vissani.

«Non è tempo di leccarci le ferite, lottiamo»

«Dobbiamo andare con forza dal governo, che ci deve ascoltare — dice Vissani in un video su Facebook —: sono tre mesi che siamo chiusi e adesso andiamo per il quarto mese. Che pretendete? dove li prendiamo (i soldi). Noi siamo i gioielli d’Italia: 250-300 mila ristoratori... eppoi c’è tutto l’indotto che gira intorno alla nostra ospitalità. Ora non è tempo di leccarci le ferite, dobbiamo lottare: fare un programma concreto e chiedere al governo quanto ci serve. Mascherine, non mascherine... ma per piacere! Siamo più obiettivi. Vogliamo sapere come potremo rilanciare la nostra ristorazione. Sappiamo che il governo non ha soldi ma ci deve dare modo di ripartire. Viva la grande ristorazione d’Italia». Sostiene la riapertura simbolica anche la Fipe (Federazione italiana dei pubblici esercizi): «È utile per rappresentare i danni, i bisogni, le aspettative e le drammatiche prospettive di un settore tra i più danneggiati, il primo costretto a chiudere e l’ultimo a riaprire — spiega il presidente Lino Enrico Stoppani —. Si tratta di un segno inequivocabile della disperazione degli imprenditori, che le politiche economiche, lente e poco incisive, non riescono a mettere in sicurezza». 

Cusmano: «Servono finanziamenti a 30 anni»

Vissani cita l’indotto e tra i settori più colpiti c’è senza dubbio quello dei produttori e distributori di vino: il 90-95% delle vendite nazionali sono legate all’Horeca, dunque se l’export va male, i consumi interni sono crollati. «Fino a tutto il mese di luglio e metà agosto saremo ancora martoriati — dice Diego Cusumano, titolare dell’omonima grande casa vinicola siciliana —. Anche la Germania (l’unica che potrebbe ripartire prima di noi con la ristorazione) ha aperto i negozi sotto gli 800 metri quadrati ma non i ristoranti. Lo Stato non sta dando il giusto aiuto ai ristoratori italiani: credo che il settore continuerà a perdere più del 60-70% del lavoro anche in giugno». Come uscire dalla crisi? «Con il fatturato limitato a un terzo della clientela o poco più, nessuno riuscirebbe a coprire i costi. Perciò ci vuole un mutuo, un finanziamento a 30 anni per i ristoratori, con una liquidità che va messa subito in circolo. Solo nell’arco di trent’anni si potrà rimediare al disastro economico che gli operatori del settore stanno affrontando». 

Clima incandescente

«E ringraziate che ci siamo limitati ad una protesta simbolica», hanno scritto su Twitter i più agguerriti tra i ristoratori, mentre la rivolta andava in scena. Tra le associazioni più attive nell’organizzare la protesta c’è il Movimento Imprese Ospitalità, una federazione nazionale di imprenditori della ristorazione. «Io ancora non ho percepito i 600 euro — dice Stefania Basili, aderente al movimento e titolare di un locale a Montecastrilli (Terni) — e sono tre volte che vado in banca per il finanziamento da 25 mila euro perché i moduli per compilare la domanda li aggiornano continuamente, sono due mesi che siamo chiusi e ci stiamo indebitando». «Il primo giugno saremo oltre i 90 giorni di incasso zero — le fa eco Elisabetta Girolami, titolare del Ristoro degli Angeli a Roma — abbiamo bisogno di semplificare le procedure per ottenere i prestiti con garanzie dello Stato e delle Regioni. E soprattutto di trovare finanziamenti a fondo perduto che ci consentano di ripartire. Ovviamente, saltando un anno di tasse». I locali aperti martedì sera sono rimasti rigorosamente deserti, per rispettare le disposizioni sulle chiusure imposte dalla lotta al Covid-19. Una scena surreale, per chi — modulo di autocertificazione alla mano — si fosse trovato a passeggiare per le vie dei centri storici di città grandi e piccole, vedere tutte quelle luci accese e il vuoto dietro le vetrine.

Schiacciati dai costi di gestione

Si contestano sia la proroga del lockdown — inizialmente si era pensato che la riapertura sarebbe stata consentita almeno dal 18 maggio — sia «le modalità di riapertura che sono assolutamente insostenibili per noi»: tantissime attività, schiacciate dai costi di gestione (affitti, personale, merci deperite), rischiano di non poter riaprire. «Abbiamo accettato questi enormi sacrifici di buon grado. Ma ora vogliamo manifestare la delusione di chi è stato lasciato solo con le proprie spese, i dipendenti, gli impegni economici pregressi e le incertezze future». E il futuro non è roseo: chi riuscirà a reggere fino al 1° giugno e poi riaprire dovrà ridurre drasticamente il numero di coperti per poter rispettare le norme di distanziamento; spendere migliaia di euro per le barriere in plexiglas, per adeguare gli impianti di condizionamento dell’aria... e prepararsi a veder ridotti al 30/40% i ricavi, quando andrà bene.